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ENERGIA, PIOVONO TASSE

Posted on 24 October, 2016 at 9:20 Comments comments (0)

L’elettricità costa meno, ma le tasse continuano ad aumentare. Questo è quanto emerge dall’elaborazione Confcommercio sui dati dell’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico. Nell’ultimo trimestre 2016 le aziende del terziario hanno speso per l’energia elettrica in regime di maggior tutela il 4,1% in meno rispetto al trimestre precedente. La diminuzione del costo dell’energia è dovuto principalmente al riequilibrio dei prezzi dopo gli anomali rialzi dello scorso trimestre. In calo anche il costo della gestione dei flussi di energia sulla rete (-36%), che fa rientrare l’allarme per l’impennata del precedente periodo(+70%). Questi dati confermano il progressivo calo della spesa lorda per l’acquisto di elettricità che, ad eccezione del terzo trimestre, ha caratterizzato tutto il 2016.

FONTE: ITALIAOGGI



EFFETTO BREXIT: LE GRANDI BANCHE SI PREPARANO A LASCIARE IL REGNO UNITO NEL 2017

Posted on 24 October, 2016 at 8:15 Comments comments (0)

Il fuggi fuggi delle grandi banche britanniche dal Regno Unito, terrorizzate dalla Brexit, sta per cominciare. L’ha detto chiaro e tondo il capo della British Bankers Association, Anthony Browne, secondo cui gli istituti più grossi hanno messo su appositi team e si stanno preparando al trasloco nei primi mesi dell’anno prossimo, mentre quelli più piccoli potrebbero dire addio a Londra e dintorni già prima di Natale.

Browne ha lanciato l’allarme dalle colonne dell’Observer, senza citare alcuna banca in particolare, ma spiegando che gli istituti non possono aspettare l’ultimo minuto per agire e sono quindi costretti a «pensare al peggio», soprattutto perché «il dibattito pubblico e politico al momento ci sta portando nella direzione sbagliata».

Il problema non sta solo nel clima che si sta creando, con la decisa recente presa di posizione del presidente francese Francois Hollande («La signora May vuole un Brexit duro? I negoziati saranno duri», ha avvertito), ma soprattutto in una questione tecnica, e cioè l’incertezza sul mantenimento o meno dei cosiddetti “diritti di passaporto” per i membri del mercato unico, che finora hanno permesso alle banche basate nel Regno Unito di offrire servizi finanziari a società e persone nell’intera Unione europea senza alcun ostacolo.

Se il segretario alla Brexit, David Davis, la scorsa settimana ha tentato di rassicurare il settore affermando di essere «determinato a ottenere il migliore accordo possibile per le banche», la premier Theresa May non sarebbe propensa ad accordare uno status speciale per la City di Londra (magari attraverso il versamento di indennizzi all’Ue proprio per mantenere i diritti di passaporto), preferendo mantenere la priorità dei controlli alla libertà di movimento degli stranieri.

Stando a calcoli della società di consulenza Oliver Wyman citata dall’agenzia Bloomberg, imporre restrizioni all’attività finanziaria porterebbe a una perdita dei ricavi per le società britanniche fino a 40 miliardi di sterline (circa 45 miliardi di euro) e mettere in pericolo 70mila posti di lavoro. Ma non solo: secondo Browne rischi esistono anche per il resto dell’Europa, perché le banche basate nel Regno Unito «mantengono a galla finanziariamente il continente» con prestiti per 1.100 miliardi di sterline: il rubinetto potrebbe quindi chiudersi. Browne, insomma, ha messo in guardia i politici britannici ed europei che sembrano preferire obiettivi “dannosi” per il commercio internazionale: devono rendersi conto, ha avvertito, che «innalzare barriere al commercio nei servizi finanziari oltremanica ci danneggerà tutti».

FONTE: LA STAMPA



NESSUNA FUSIONE TRA EQUITALIA E AGENZIA DELLE ENTRATE

Posted on 21 October, 2016 at 10:15 Comments comments (0)

Equitalia cambia nome. Ma non casa. Troppo difficile inglobarla nell'Agenzia delle entrate, per vincoli costituzionali, contrattuali e forse di buon senso. Così, l'ultima soluzione, accarezzata dal governo, è quella di trasformare Equitalia in una partecipata pubblica, magari al 100% proprio dall'Agenzia (ora è al 51%, l'altro 49% dell'Inps). Una società per azioni, come ora. Nel perimetro fiscale, come ora. Libera di mantenere i più vantaggiosi contratti bancari, come ora, ai suoi 7.917 dipendenti. Ma con un nome nuovo o piuttosto una sigla burocratica, tipo Drae, facile da scordare: dipartimento riscossione dell'Agenzia delle entrate. Un dolce oblio.

 

La possibile soluzione al nodo della cancellazione di Equitalia arriva dopo ore di intenso lavoro sulla stesura dell'annunciato decreto legge fiscale che dovrebbe contenerla, assieme alla rottamazione delle cartelle e alla voluntary disclosure bis, il presunto condono fiscale sui contanti e le cassette di sicurezza. Una soluzione considerata meno discutibile di altre, che al contrario rischiano lo stop del Quirinale, si ripete tra i tecnici impegnati nel dossier. Al punto che Palazzo Chigi pensa addirittura di togliere le norme Equitalia dal decreto immediatamente esecutivo e di infilarle nella manovra, il disegno di legge di bilancio, atteso ieri in Parlamento, ma slittato forse a lunedì. Proprio per rimettere la partita nelle mani del confronto politico.

 

D'altro canto, le alternative non sono molte. Equitalia scompare, ma la riscossione non può eclissarsi. E la fusione con l'Agenzia delle entrate non è affatto un gioco da ragazzi. Il nodo è il personale: 7.917 dipendenti di Equitalia (di cui 94 dirigenti, l'1,18% del totale) entrati senza concorso e contrattualizzati come bancari a fronte di 39.612 colleghi dell'Agenzia (di cui 367 dirigenti, lo 0,92% del totale), quasi tutti vincitori di una selezione pubblica e con stipendi molto più bassi. Un funzionario (laureato) dell'Agenzia guadagna al massimo 30-34 mila euro lordi all'anno (1.800 euro netti al mese). Il corrispondente di Equitalia il doppio. Senza parlare dei vertici. Rossella Orlandi, il direttore dell'Agenzia, incassa 207.680 euro lordi, il livello più alto dei 24 massimi dirigenti. In Equitalia ad esempio, come si ricava dal sito, il responsabile dell'area legale e quello del personale viaggiano attorno ai 223 mila euro lordi (nel 2015). E l'ex amministratore delegato Benedetto Mineo, oggi responsabile fiscalità locale, ne prende 240 mila. Ben più della Orlandi. Anche se il nuovo amministratore di Equitalia Ernesto Maria Ruffini ha appena varato una riforma degli stipendi che porterà a 2 milioni di risparmi annui.

 

Una fusione a freddo è dunque materia che brucia. Ne è riprova la sorte toccata a due bozze del decreto, una con la trasformazione dei dipendenti di Equitalia in statali, l'altra con l'ipotesi contraria, cioè la conversione dei contratti pubblici dell'Agenzia in privati: cestinate entrambe. Nel primo caso, perché scatta un surrettizio allargamento del pubblico impiego e l'illegittimità ai sensi dell'articolo 97 della Costituzione, quello che prevede l'ingresso nella pubblica amministrazione solo per concorso, proprio per salvaguardarne l'indipendenza. Nel secondo caso, perché un'Agenzia delle entrate privata sarebbe un unicum nei paesi occidentali: il fisco privatizzato, con rischi per l'imparzialità e la gestione di funzioni sensibili, come le tasse dei cittadini. Oltre al fatto che gli stipendi di quasi 40 mila dipendenti si alzerebbero di botto, con impatto sulla spesa pubblica.

 

Il dossier Equitalia si rivela dunque meno scontato di quanto auspicato dall'annuncio via slide del premier Renzi, sabato 15 ottobre al termine del Consiglio dei ministri che ha varato la manovra. Manovra ancora senza testo. Così come il decreto fiscale. Colle e Parlamento attendono.

FONTE: LA REPUBBLICA



GRIFFE, ALTOLA' SU PREZZI E STRATEGIE

Posted on 21 October, 2016 at 9:45 Comments comments (0)

Dopo la forte crescita del lusso trainata dai consumatori del Sol Levante per il settore alto di gamma è tempo di fare i conti con un mercato che si annuncia «flat» nel 2017 e agganciato soprattutto ai clienti locali. Questo l’avviso dell’esperta di luxury goods Claudia D’Arpizio alla presentazione del Monitor di Fondazione Altagamma e Bain &co, società di consulenza di cui è partner. «Il mercato è arrivato a una fase di maturazione», racconta al convegno milanese realizzato in partnership con Unicredit, «la sfida maggiore riguarda i nuovi modelli di business delle aziende, il coinvolgimento verso i consumatori con prodotti ad hoc per le macro regioni oltre a strategie di prezzo mirate».

 

Globalmente, nel 2016 l’intero settore del lusso ha mosso 1.081 miliardi di euro, in crescita del 4%, con la Cina che rappresenta il 30% dei consumi contro il 19% dell’Europa e il 23% degli Stati Uniti. Ma sono i personal luxury goods, storicamente più forti, a risentire dello spostamento dei consumi e dell’avanzata di nuovi clienti millennials che preferiscono prezzi coerenti e acquisti online senza essere per nulla fedeli alle marche.

I beni personali, dagli orologi all’abbigliamento, hanno registrato una perdita dell’anno corrente dell’1% (+0% in termini reali, per totali 149 miliardi di euro), e nel 2017 ci si attende una conferma di questa «nuova normalità». Idealmente il consumatore di oggi indossa jeans, ha sneaker di lusso, zaino in spalla e piumino leggero. Per ogni categoria ne sono stati venduti da 2 a 3 miliardi di esemplari.

Segnano invece un +8% le auto di lusso (438 miliardi di euro); il +4% accomuna tre voci chiave per il made in Italy come viaggi, il cibo e la wine experience, e torna a segnare un +3% (come nel periodo ante crisi) anche il design di qualità spinto proprio dai nuovi investimenti nel settore dell’ospitalità e dai mercati emergenti.

«Il punto di maturazione cui siamo giunti indica che i brand non possono più affidarsi a soluzioni facili e a portata di mano», spiega D’Arpizio, «quando si guarda ai risultati finanziari vediamo chiare differenze sulle strategie vincenti».

 

All’UniCredit Pavillion è stato citato l’esempio di Gucci (controllato dal gruppo Kering) come marchio che più ha saputo bilanciare storytelling, nuove collezioni e prodotti ad hoc per i mercati e i millennials, la generazione di trentenni alto spendenti che costituisce il 49% dei consumatori del lusso nel mondo.

«Innovazione vuol dire prodotti alternativi», sottolinea Carlo Alberto Beretta, chief client and marketing officer del polo del lusso francese. «Si prendano i modelli continuativi di borse e accessori altamente riconoscibili: un tempo pesavano fino al 70% nella produzione delle griffe, oggi un 20-30% è più che sufficiente. Gli stessi cinesi si sono stancati».

Il cambiamento visto con gli occhi americani da Paolo Riva, ceo della griffe di moda Diane von Furstenberg, deve coinvolgere i marchi nella loro interezza. «Negli Stati Uniti il corto circuito nella moda ha riguardato sia le collezioni, sia la comunicazione. Per quanto ci riguarda abbiamo risposto riducendo l’offerta e controllando la marca. Pensiamo poi ai bisogni del cliente, per noi una donna: quando compra di solito? Per le occasioni, quindi, concepiamo dei look ad hoc con forbice di prezzo dai mille euro per la sera e mai sopra i 500 dollari per un abito da giorno. La vera strategia la fa il prezzo unito alla qualità. L’epoca in cui si produceva per guadagnare margine aprendo dieci outlet è tramontata», dice. Infine c’è la tecnologia che deve offrire un’esperienza a 360 gradi.

«Oggi il cliente può diventare fornitore grazie alla sharing economy», afferma Nerio Alessandri, fondatore di Technogym. «Noi dobbiamo rispondere garantendo riconoscibilità e trattamenti ad hoc, come le macchine per il wellness in grado di riconoscere le persone e l’allenamento o dare funzioni extra, dal pacchetto Netflix per i film alla musica. La persona deve essere sempre al centro di un sistema a due vie basato sulla fiducia».

 

Che prezzi e strategie vanno riguardati lo dicono i dati sui canali di vendita: l’e-commerce del lusso assieme al canale off price è quello che cresce maggiormente, rispettivamente dell’8 e dell’11% con un incremento del 23 e del 26% negli ultimi tre anni. «Occorre rifocalizzare i punti vendita», conclude D’Arpizio, «vista la crescente domanda di lusso scontato (vale il 37% delle vendite). I negozi tradizionali devono ripensare un nuovo ruolo che sia centrale nel raccontare la marca».

FONTE: ITALIAOGGI



LA BCE LASCIA I TASSI INVARIATI

Posted on 21 October, 2016 at 9:10 Comments comments (0)

Nessuna nuova, buone nuove. La Banca centrale europea lascia invariati i tassi di interesse e rinvia al prossimo consiglio direttivo qualunque decisione sull’eventuale allungamento del piano di allentamento monetario in scadenza a marzo dell’anno prossimo. Per la prima volta Mario Draghi dice che solo allora – giovedì 8 dicembre – i guardiani della moneta unica decideranno cosa ne sarà degli ottanta miliardi di titoli pubblici che ogni mese Francoforte acquista, contribuendo così a tenere bassi i rendimenti dei titoli italiani e non. «Non abbiamo discusso né di prolungamento, né di riduzione nel ritmo degli acquisti», ha detto il governatore Bce. «Chi ha scritto di una riduzione (il cosiddetto tapering) ha seguito le parole di qualcuno che non era informato sull’esatto stato della situazione e che non aveva idea».

Draghi qui e là semina qualche indizio su quel che potrebbe accadere a dicembre. Dice che comunque vada «è improbabile che la Bce sospenda da un giorno all’altro il programma», inoltre «una parte rilevante della discussione di oggi ha riguardato la possibilità che manchino titoli da acquistare per alcuni Paesi: si sono valutate varie possibilità». Un chiaro riferimento alla volontà di andare avanti con il programma.

Draghi è tra due fuochi: da un lato l’inflazione ha ripreso a salire ma ancora troppo lentamente, dall’altra ci sono le enormi incognite che pesano sull’economia e la politica europea, a partire dal referendum italiano. Il mondo finanziario tedesco preme per preparare la fine al programma, ma per il governatore Bce i tempi non sono maturi: sarebbe una doccia fredda su un Continente che non solo fatica a crescere, ma è attraversato da tensioni che in quel caso la Bce contribuirebbe ad alimentare.

Prendiamo il Portogallo, che rischia il taglio del rating sovrano: «In caso di downgrade i bond di Lisbona non saranno più utilizzabili come collaterali per le operazioni di politica monetaria della Bce», dice Draghi. Che accadrà allo spread con i Bund tedeschi? Ecco perché in attesa dell’otto dicembre il governatore italiano insiste con l’unica arma supplementare a disposizione, la persuasione: «Gli sforzi verso le riforme strutturali devono essere accelerati e aumentati in tutti i Paesi dell’area euro, così da ridurre la disoccupazione strutturale e aumentare il tasso di crescita potenziale». E che dire del calo dei prestiti in Spagna e Italia? «Problemi da non sovrastimare. Per molti mesi sono aumentati, comunque guardiamo ai dati aggregati». E ancora: che accadrebbe in caso di crisi di una grande banca europea come Deutsche Bank o Mps? L’azzeramento di azioni e obbligazioni non comporta rischi sistemici? «Le regole del bail-in consentono abbastanza flessibilità».

Insomma, «la politica dei tassi bassi sta funzionando», il «programma di acquisto di titoli delle aziende private è un successo» e la scarsità di titoli da acquistare «non è un problema». L’otto dicembre sarà quattro giorno dopo il referendum costituzionale italiano, volenti o nolenti il più rilevante fatto politico dell’anno. In caso di vittoria del no le conseguenze sui mercati potrebbero essere pesanti. Saranno due mesi lunghi, e non solo per Matteo Renzi.

FONTE: LA STAMPA



CROLLANO LE ASSUNZIONI E AUMENTANO I LICENZIAMENTI

Posted on 19 October, 2016 at 9:15 Comments comments (0)

La fine del superbonus per le assunzioni ha provocato una riduzione del numero dei nuovi contratti di lavoro firmati dalle aziende private. Secondo i dati dell’Osservatorio Inps, in particolare crollano le assunzioni a tempo indeterminato, mentre invece l’abolizione dell’articolo 18 contenuta nel Jobs Act ha fatto impennare il numero dei licenziamenti. In altre parole, come pure avevano ammonito molti economisti e i critici della riforma del lavoro Renzi, non appena è venuta meno in modo significativo la convenienza ad assumere, il numero delle conversioni di contratti più precari e delle assunzioni “nuove” si sta riducendo sempre più rispetto al boom del 2015, “drogato” dagli incentivi più generosi. E invece, come ovvio, le imprese cominciano gradualmente a usufruire sempre più della nuova libertà garantita dal Jobs Act di liberarsi del personale. Per adesso si tratta di numeri modesti, ma il ritmo di crescita è notevole.

I dati Inps sono riferiti ad agosto, e permettono dunque un confronto tra il periodo gennaio- agosto del 2016 con lo stesso periodo del 2015. Le assunzioni, riferite ai soli datori di lavoro privati, nel periodo gennaio-agosto 2016 sono risultate dunque 3.782.000, con una riduzione di 351.000 unità rispetto al corrispondente periodo del 2015 (-8,5%). Va detto che nel complesso delle assunzioni sono comprese anche le assunzioni stagionali (447.000). Il rallentamento delle assunzioni, si legge nella nota Inps, ha riguardato principalmente i contratti a tempo indeterminato: 395.000 in meno , con un calo del 32,9% rispetto ai primi otto mesi del 2015. Come già segnalato nell’ambito dei precedenti aggiornamenti dell’Osservatorio, il calo va considerato in relazione al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015, anno in cui dette assunzioni potevano beneficiare dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni.

Analoghe considerazioni possono essere sviluppate per la contrazione del flusso di trasformazioni a tempo indeterminato (-35,4%). Per i contratti a tempo determinato, nei primi 8 mesi del 2016, si registrano 2.385.000 assunzioni, in aumento sia sul 2015 (+2,5%), sia sul 2014 (+5,5%). Per i contratti in apprendistato si osserva una crescita, rispetto all’analogo periodo del 2015, del 18,0%. I contratti stagionali invece registrano una riduzione del 7,4%. In relazione all’analogo periodo del 2015, le cessazioni nel complesso, comprensive anche dei rapporti di lavoro stagionale, risultano diminuite del 7,3%. La riduzione è più consistente per i contratti a tempo indeterminato (-8,3%) che per quelli a tempo determinato (-5,2%). Nei primo 8 mesi del 2016 le assunzioni con esonero contributivo biennale sono state pari a 247.000, le trasformazioni di rapporti a termine che beneficiano del medesimo incentivo ammontano a 84.000, per un totale di 330.000 rapporti di lavoro agevolati. Nel 2016, i rapporti di lavoro agevolati rappresentano il 32,8% del totale delle assunzioni/trasformazioni a tempo indeterminato. Nel 2015, l’incidenza delle assunzioni e trasformazioni agevolate (con abbattimento totale dei contributi a carico del datore di lavoro per un triennio), sul totale delle assunzioni/trasformazioni a tempo indeterminato, era stata pari al 60,8%. Nei primi 8 mesi del 2016, nel settore privato, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +703.000, inferiore a quello del corrispondente periodo del 2015 (+813.000) e superiore a quello registrato nei primi otto mesi del 2014 (+540.000).

Su base annua, il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro. Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi) ad agosto 2016 risulta positivo e pari a +514.000, compresi i rapporti stagionali. Il risultato positivo è interamente imputabile al trend di crescita netta registrato dai contratti a tempo indeterminato, il cui saldo annualizzato ad agosto 2016 è pari a +518.000.

Intanto, però, si registra una forte crescita dei licenziamenti. Quelli «normali» sono passati per i primi otto mesi dell’anno da 290.656 a 304.437, con un aumento di quasi 14.000 unità. Quelli «per giusta causa o giustificato motivo soggettivo» (sostanzialmente quelli per ragioni disciplinari o assimilabili, resi molto più facili dalla riforma del lavoro) nei primi 8 mesi del 2016 sono passati da 36.048 a 46.255, con un balzo di 11.020 unità in più, che corrisponde a un aumento su base annua del 28,3%.

Infine, i contestai voucher: nel periodo gennaio-agosto 2016 sono stati venduti 96,6 milioni di voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento, rispetto ai primi otto mesi del 2015, pari al 35,9%.

FONTE: LA STAMPA




BREXIT, FUGA DI BANCHIERI E AVVOCATI DA LONDRA

Posted on 19 October, 2016 at 8:45 Comments comments (0)

Avvocati che fuggono dalla City, banchieri che nemmeno ci arrivano: è un’altra conseguenza delle ansie su Brexit. La prima categoria in questione, naturalmente, è quella degli avvocati d’affari, che compongono uno dei pilastri della cittadella della finanza londinese insieme a broker e ai protagonisti della finanza. Messe insieme, le due notizie confermano l’allarme con cui il mondo legale e finanziario segue le intenzioni del governo di Theresa May su come realizzare l’uscita dall’Unione Europea, sancita dal referendum del giugno scorso: intenzioni che per il momento, in base a ripetuti segnali inviati da Downing street e dai suoi ministri, sembrano preludere a un “hard Brexit”, cioè non al divorzio dalla Ue ma pure alla rottura dei legami con il mercato comune, essenziale per gli avvocati e gli investitori che vogliono fare business con il resto del continente senza pagare dazi o tariffe extra.

La prima notizia, riportata dal Guardian, è che centinaia di avvocati di Londra si sono registrati presso il foro di Dublino in modo da poter esercitare la professione anche in Irlanda. La ragione è semplice: un avvocato, per poter rappresentare clienti alla Corte Internazionale dell’Aia e in altri tribunali in Europa, deve operare in un paese europeo. Se la Gran Bretagna si troverà completamente fuori dall’Europa, gli avvocati inglesi che vogliono lavorare in Europa avranno bisogno di una “base” europea: per questo alcuni di loro se ne cercano una per tempo a Dublino, dove la lingua è la stessa e la legislazione in certi ambiti è simile.

Un segnale analogo proviene dalla Francia: il Financial Times scrive che il flusso di banchieri, broker e investitori interessati a trasferirsi a Londra da Parigi e dintorni è drasticamente diminuito a causa di Brexit. Societe Generale, una delle maggiori banche francesi, ha interrotto le assunzioni nella sua sede londinese per l’incertezza sulle conseguenze dell’uscita della Gran Bretagna dalla Ue. Una fonte della Bnp Paribas, altra grande banca di Francia, rivela al quotidiano della City una politica dello stesso tipo. Una differenza abissale rispetto al 2012, quando davanti all’offensiva del presidente Hollande, che dichiarò la finanza il suo “nemico” e minacciò di mettere una tassa del 75 per cento ai ricchi, il numero dei francesi che guadagnavano oltre 100 mila euro l’anno emigrati all’estero aumentò del 40 per cento. Molti sceglievano come destinazione Londra, per la precisione il quartiere chic di South Kensington, ghetto dorato di banchieri europei, da taluni per questo soprannominato il “21esimo arrondissement di Parigi”.

E mentre gli avvocati mettono un piede a Dublino e i banchieri lo ritirano da Londra, risuona un altro campanello d’allarme da Brexit: in settembre l’inflazione britannica è cresciuta dell’1 per cento, rispetto allo 0,6 per cento del mese precedente. La Banca d’Inghilterra l’aveva avvertito. Poco per volta, nel Regno Unito lo scenario economico sta cambiando. E pare soltanto l’inizio di una lunga discesa.

FONTE: LA REPUBBLICA



ISEE SARA' PRECOMPILATO DA INPS E AGENZIA

Posted on 19 October, 2016 at 7:25 Comments comments (0)

Le semplificazioni degli adempimenti si allargano all’Isee pre-compilato. Nelle intenzioni del Governo dal prossimo anno l’indicatore con cui si misurano le condizioni economiche dei cittadini ai fini dell’accesso alle prestazioni sociali agevolate, potrebbe essere rilasciato dall’Inps con una parte di dati già definiti. Lo prevede una norma contenuta nel decreto fiscale varato sabato sera insieme con il disegno di legge di Bilancio 2017 ma ancora al vaglio di fattibilità dei tecnici di Palazzo Chigi. Capofila dell’operazione sarà l’Inps, che agirà in coordinamento con l’agenzia delle Entrate e i ministeri del Lavoro e dell’Economia. La parte di dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) con i dati già definiti del beneficiario non riguarderebbero solo le componenti più variabili, come la numerosità del nucleo familiare oppure la presenza o meno di un dossier titoli legato al conto corrente.

 

Se l’ipotesi andrà in porto la semplificazione toccherà non meno di 4,165 milioni di famiglie che attualmente hanno un Isee attivo, per un totale di 13 milioni di persone, pari al 21% della popolazione (secondo gli ultimi dati del monitoraggio del ministero del Lavoro).

 

Il nuovo Isee è entrato effettivamente in vigore il 1°gennaio 2015 dopo un lungo processo di gestazione a cavallo degli ultimi tre governi. E la sua applicazione ha dato un colpo di spugna a fenomeni di false dichiarazioni di massa. Più in particolare, gli italiani che per ottenere sconti fiscali o prestazioni sociali agevolate dichiarano di possedere «nulla», sono scesi drasticamente, passando dal 70% al 14% l’anno scorso (nel Mezzogiorno da quasi il 90 al 20%). Merito, secondo il ministero di un indicatore molto più veritiero, in cui redditi non sono più autodichiarati, ma rilevati direttamente presso l’anagrafe tributaria.

 

Vale ricordare che la disciplina riformata dell’Isee è stata nuovamente modificata con riferimento ai nuclei familiari con persone con disabilità. Infatti, a seguito delle sentenze del Consiglio di Stato, che hanno definitivamente chiarito che nella nozione di «reddito disponibile» non potevano essere inclusi i trattamenti percepiti in ragione della condizione di disabilità, con la conversione del decreto legge 29 marzo 2016, n. 42, è stato corrispondentemente modificato l’Isee delle persone con disabilità, recuperando alcune caratteristiche della previgente disciplina.

 

L’Inps ha così ricalcolato d’ufficio le Dsu interessate: l’operazione, chiusa il 10 settembre scorso, ha coinvolto 410mila nuclei familiari (escluso chi aveva già un Isee nullo). L’impatto è stato significativo per gli Isee più elevati, la cui quota si è ridotta nettamente (ad esempio, sopra i 15mila euro, con le regole precedenti c’era il 19% dei nuclei con disabili, con quelle attuali il 13,5%).

 

Oltre al ricalcolo dell’Isee per le famiglie con disabili, l’Inps ha rafforzato i controlli sui patrimoni mobiliari, evidenziando su oltre 5 milioni di Dsu monitorate un 24% di dichiarazioni con omissioni o difformità. Significativa l’evoluzione mensile: nelle Dsu presentante, si è passati da un nucleo familiare su due con Isee pari a zero di gennaio a uno su 12 a fine anno.

FONTE: SOLE24ORE



LA GDF GUARDA SU FACEBOOK

Posted on 14 October, 2016 at 9:10 Comments comments (0)

Dalla Gdf «like» pericolosi per i contribuenti. I controlli della Guardia di finanza saranno innescati anche da visure effettuate sulle pagine Facebook o di altri social network, dalle quali i militari potranno dedurre tenori di vita e capacità d’acquisto incompatibili con quanto dichiarato e pagato all’erario. Come pure sui siti della cosiddetta «sharing economy», quali per esempio l’offerta online di case vacanze da parte di privati. Nel mirino evasione fiscale, riciclaggio di proventi illeciti, finanziamento al terrorismo, contraffazione e pirateria audiovisiva. Le Fiamme gialle hanno recentemente costituito una vera e propria task force di uomini dedicati a un «sistematico, strutturato e permanente monitoraggio della rete, con l’obiettivo di individuare tracce di fenomeni di illegalità economico-finanziaria commessa sfruttando il web». Ad affermarlo il comandante generale del Corpo, Giorgio Toschi, nell’audizione presso la commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria (si veda ItaliaOggi di ieri). Ma i militari del fisco non dovranno fare tutto da soli. Ad affiancarli ci sono anche alcuni applicativi informatici, come quello predisposto per la stagione estiva, che ha consentito di estrapolare i dati di interesse presenti su alcuni siti di intermediazione di case vacanze, per poi incrociare questi elementi con le banche dati degli enti locali e con i redditi dichiarati dai locatori. Una nuova modalità di indagine che ha già portato i primi risultati, come per esempio l’operazione «Venice Journey», condotta dal Comando provinciale della laguna. A finire sotto la lente sono stati i gestori di oltre 100 appartamenti a scopi turistici, totalmente sconosciuti all’erario e alla banca dati municipale sull’imposta di soggiorno, con il recupero a tassazione di 2 milioni di euro ai fini delle imposte sui redditi e di 200 mila euro di Iva evasa. Il mercato sommerso delle case vacanze non è però l’unico tema su cui si sta concentrando la Gdf. Nel mirino pure siti specializzati nell’offrire pacchetti completi di evasione o elusione fiscale, anche tramite l’utilizzo di strutture giuridiche complesse.

FONTE: ITALIAOGGI



AI PERCETTORI DI VOUCHER MENO DI 500 EURO L'ANNO

Posted on 14 October, 2016 at 8:50 Comments comments (0)

I lavoratori che vengono retribuiti tramite "voucher", i buoni per pagare il lavoro accessorio da 10 euro lordi (7,5 euro al netto dei contributi Inps da 1,3 euro, Inail da 0,7 euro, e una quota per i costi di gestione da 0,5 euro), incassano in media meno di 500 euro all'anno. E' quanto emerge dalla ricognizione dell'Inps contenuta nell'Osservatorio sul lavoro acessorio, che è stato aggiornato oggi con i dati al primo semestre del 2016. Un documento che spiega come il boom dei buoni sia giustificato dall'ampliarsi della platea di lavoratori che l'hanno ricevuto, più che dall'incremento dei pagamenti incassati dai singoli.

 

L'Inps offre così uno spaccato dell'evoluzione di questa forma di pagamento delle prestazioni accessorie, che è finito sotto la lente come la nuova frontiera del precariato, secondo quanto denunciato dallo stesso presidente dell'Inps, Tito Boeri. Proprio per limitare le distorsioni dello strumento, a corollario del Jobs Act sono stati inseriti alcuni correttivi per cercare di riportare il voucher allo spirito originale e per obbligare le imprese ad un uso corretto dello strumento. Claudio Treves, segretario generale di Nidil Cgil, commenta a caldo il dato sulla crescita dei percettori a fronte di dati stagnanti: "Purtroppo dimostra la fondatezza delle nostre critiche al buono lavoro: il problema vero non è la sua tracciabilità, ma l'aver generalizzato l'utilizzo in qualunque settore e a prescindere da qualsiasi condizione oggettiva. E' diventato una alternativa ai rapporti di lavoro tradizionali. Per questo assume maggior valore la nostra richiesta di abrogazione di questo strumento".

I buoni sono stati sperimentati dall'agosto del 2008, in particolare per i lavoratori delle vendemmie. Da allora al 30 giugno 2016 ne sono stati saccati 347,2 milioni. Il voucher si è rapidamente diffuso e ha accelerato negli ultimi anni: "Ha registrato un tasso di crescita del 66%" tra il 2014 e il 2015, cui va aggiunto un ulteriore +40% tra i primi sei mesi del 2015 e i primi sei mesi del 2016, annota oggi l'Inps. Per Guglielmo Loy della Uil, "certamente la segnalazione di abusi potrebbe avere indotto alcune imprese ad evitare un uso 'allegro' dello strumento ma, nel contempo, potrebbe essersi prodotto un effetto di diffusione di modalità di lavoro fittiziamente autonomo". Si sono anche allargati i canali di vendita: inizialmente i datori di lavoro li rintracciavano nelle sedi Inps, oggi i tabaccai fanno la parte del leone.

Tra i dati dell'Inps si scorgono altri elementi che qualificano il profilo del "voucherista". Nella maggior parte dei casi lavora nel mondo del commercio (16,8%), seguito dall'agricoltura. Ma - con una punta critica - l'Inps nota che in realtà la fetta più consistente (36,7% dei buoni staccati) rientra nella voce "altre attività" che include "altri settori produttivi, attività specifiche d'impresa, maneggi e scuderie, consegna porta a porta, altre attività residuali o non codificate". Secondo l'Istituto "è il riflesso della storia del lavoro accessorio, all'origine destinato ad ambiti oggettivi di impiego circoscritti (quindi codificabili), negli anni progressivamente ampliati", fino a quando dal 2012 i voucher sono stati di fatto liberalizzati a qualsiasi tipologia di attività, sfuggendo quindi al controllo non solo sulla correttezza del loro impiego, ma anche della statistica.

Da ultimo, fa riflettere il fatto che la crescita dell'uso di voucher sia giustificata principalmente dal boom del numero di percettori, "mentre il numero medio di voucher riscossi dal singolo lavoratore è rimasto sostanzialmente invariato". Di fatto, riguarda più persone ma i guadagni dei singoli restano al palo, limitati a circa 60 voucher l'anno dal 2012 in avanti. "Poiché l'importo netto che il lavoratore riscuote per ogni voucher è di 7,50 euro, si ricava che il compenso annuale medio netto negli anni più recenti non è mai arrivato a 500 euro".

FONTE: LA REPUBBLICA




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